(di Maria Chiara Corso)
La vita e il personaggio
Della sua vita sappiamo poco. Sappiamo che nacque ad Atene nel 470 a.C. dove studiò e fu scolaro di Anassagora. Fu anche soldato e partecipò alle battaglie di Potidea, Delio, Anfipoli. Intese la filosofia come una ricerca e un esame incessante di se stesso e degli altri. Quando nel 339 a.C. venne accusato di corrompere i giovani e di non onorare gli Dei, sostituendoli con altre divinità, Socrate si difese da solo facendo un discorso che non convinse i giurati, che infatti lo condannarono a morte. Il filosofo fu costretto, quindi, a morire per difendere le proprie idee e lo fece con grande dignità.
Nonostante Socrate somigliasse a un sileno, aveva una grande padronanza di sé, che sfruttava in tutte le occasioni. Ebbe, tuttavia, una inquietante personalità e per questo Platone lo paragonò alla torpedine del mare, dato che seminava il dubbio tra i giovani che lo ascoltavano. Per Socrate che vedeva la filosofia come un esame incessante, nessun testo scritto poteva suscitare e dirigere il filosofare, come gli Egizi nel mito di Theuth credevano. Proprio per questo non scrisse alcun tipo di opere.
Le testimonianze
Una delle poche testimonianze che abbiamo di Socrate, ce la fornisce Aristofane, nella commedia "Le nuvole". In questa commedia il filosofo di Atene, viene descritto con elementi contraddittori, poiché si tratta di una contraffazione polemica e satirica: egli, infatti, viene descritto come il peggior sofista ed è presentato come spregiudicato e critico dai giuristi che l’hanno condannato con l'accusa di corrompere i giovani, che riempiva di discorsi in grado di mettere in dubbio ogni cosa, facendo vergognare di sé la gente che lo ascoltava. Tuttavia ci sono altre testimonianze, ma quella che vorrei introdurre è quella che fecero Platone e Aristotele. Platone, allievo di Socrate, lo raccontava come lo scopritore del concetto e anche come il teorico della virtù come scienza.
Rapporto con Sofisti e Platone
Nonostante gli esiti della filosofia socratica furono diversi da quella dei sofisti, entrambi posero le radici dell’illuminismo greco.
Socrate è legato alla sofistica perché:
Pone attenzione sull’uomo più che interessarsi alle indagini intorno al cosmo
Inclinazione verso la dialettica e il paradosso
Cerca nell’uomo i criteri dell’azione
Socrate non è legato alla sofistica per il:
Sofferto amore della verità e il rifiuto di ridurre la filosofia a esibizionismo verbale fine a se stesso.
Tentativo di andare oltre a un relativismo conoscitivo, caratteristica della sofistica dopo Protagora (di cui è certo anche Platone)
Per questo motivo vediamo Socrate come nemico della sofistica ma anche figlio della stessa sofistica, giacché le radici sono le stesse.
Filosofia: ricerca intorno all’uomo
Socrate credeva che non sia possibile per la mente umana di sapere tutti i principi del mondo, perché sfuggono i perché delle cose ultime, ma cerca comunque di chiarire a se stesso il significato profondo dell’essere uomo. Quindi la ricerca dell’uomo viene vista come la ricerca più bella che si possa pensare. Tuttavia, non si è uomini se non tra gli uomini, per cui Egli crede che la nostra esistenza si basi proprio sul rapporto con gli altri, per cui la stessa filosofia è un dialogo interpersonale.
Il non sapere
L’oracolo di Delfi aveva proclamato Socrate come il più sapiente, ma lui rispose che il sapiente è colui che sa di non sapere. Infatti ciò che intende Socrate è che il filosofo deve riconoscere che nulla di quel che dice è certo, ma basato su teorie. Da questa frase interpretiamo una presa di distanza nei confronti dell' agnosticismo metafisico di Protagora, basato su questioni cosmologiche e contro i filosofi della natura. Questa frase può anche essere intesa come un invito a indagare oltre l’esperienza, per arrivare ai problemi fondamentali dell’uomo. Socrate è, inoltre, il primo a dichiararsi filosofo, ovvero amante della filosofia, mentre i sofisti si ritenevano sapienti, ovvero coloro che hanno l’arte di insegnare.
Dialogo: ironia, maieutica e definizione
Socrate attraverso il dialogo cerca, quindi, di arrivare alla morale. Le domande sono l’emblema della filosofia socratica.
IRONIA socratica: è un gioco di parole, e ciò che vogliono ottenere è far rendere conto ai propri interlocutori della propria ignoranza per gettarli nel dubbio e nell’inquietudine (confutazione). Questo processo ha delle analogie con la dimostrazione per assurdo di Zenone.
MAIEUTICA: dopo aver riempito di dubbi la mente del discepolo, si parte col riempirla di verità. La maieutica è quindi l’arte di far partorire (Socrate era un ostetrico di anime) che aiutava gli intelletti a partorire il loro punto di vista.
I dialoghi socratici sono di due tipi: la macrologia, ovvero il discorso lungo, e la brachilogia, un breve dialogo orientato sul problema della definizione.
DEFINIZIONE: Durante la discussione, nasce il problema di definire universalmente un concetto, attraverso la domanda (“che cos’è”), estranea alla cultura sofistica. Socrate, infatti, non si accontenta del relativismo dei sofisti, ma ricerca il significato universale del concetto in questione. Pur discutendo su un certo concetto, non si è capaci di definire a priori che cosa sia.
INDUZIONE: Pur discutendo su un certo concetto, non si è capaci di definire a priori che cosa sia. Il problema viene risolto tramite l’induzione, ovvero generalizzando il concetto da una serie di casi particolari su cui vi è un accordo razionale (omologhia).
L’ironia, la maieutica e la definizione aiutano i discepoli a partorire la propria idea di filosofia allo scopo di auto-educarsi.
La virtù, il bene e il male.
LA VIRTÙ COME RICERCA. La morale di Socrate intende la virtù come ricerca e come scienza. La virtù era intesa, dai Greci, come il modo di essere ottimale di qualcosa. Inizialmente la virtù era considerata come qualcosa di garantito dalla nascita o dagli dei. Con i sofisti, e con Socrate che si trova d'accordo con essi, questa visione cambia: la virtù è un valore, una faticosa conquista, dipende dall’educazione, in quanto virtuosi si diviene tramite, la Paideia, (cultura).
LA VIRTÙ COME SCIENZA. Socrate, inoltre, sostiene che la virtù è sempre una forma di sapere. Per essere uomini nel modo migliore è fondamentale filosofare nel senso più vasto del termine. Dal punto di vista socratico non esistono né il Bene né la Giustizia come entità assolute, in quanto sono valori umani che scaturiscono dal nostro ragionare. Per Socrate, dunque, il bene è ciò che ragioniamo di caso in caso; sapere quando è bene fare una certa azione, che è buona perché so che, in questo momento, è bene farla; ecco dunque il “razionalismo morale” di Socrate.
L' INSEGNABILITÀ DELLA VIRTÙ. La virtù socratica può essere insegnata e comunicata a tutti e deve costituire un patrimonio per ogni uomo. Infatti, Socrate, riteneva che ciascuno imparasse, oltre al proprio mestiere, anche il mestiere di vivere: la scienza del bene e del male. Uomo e Filosofo, dunque, sono la medesima cosa. In conclusione, per Socrate la virtù è unica, ciò che gli uomini chiamano virtù, non sono altro che il plurale della virtù, la scienza del bene. Virtù, felicità e politicità. Socrate fa coincidere, i campi della virtù con i valori dell’interiorità e della ragione (l’anima). Secondo Socrate, i veri valori non sono quelli legati alle cose esteriori e nemmeno quelli legati al corpo, ma solo quelli legati all'anima. Ciò non autorizza però un'interpretazione “ascetica” del suo messaggio. Infatti per Socrate la morale è un modo per rendere migliore e più felice la nostra vita. Solo il virtuoso (colui che segue la ragione), è realmente felice, il non-virtuoso che segue gli istinti, non lo è.
POLITICITÀ DELLA VIRTÙ poichè l’uomo è un essere sociale, l’arte del saper vivere coincide con l’arte del saper vivere bene con gli altri, ragionare insieme sulle cose della città da cui deve scaturire il bene comune.
Paradossi dell’etica socratica
I “Paradossi” dell'etica socratica. Dalla teoria della virtù come scienza, Socrate ne fa derivare i paradossi secondo cui “nessuno pecca volontariamente” e “chi fa il male, lo fa per ignoranza del bene”. Questo perché, per Socrate, chi fa del male è semplicemente un individuo che ignora quale sia il vero bene. Un altro nuovo concetto del socratismo è che “è preferibile subire il male che commetterlo”. Questo concetto si collega al ragionamento precedente secondo cui, solo la virtù e la giustizia rendono l’uomo felice, mentre l’immoralità e la giustizia portano solo infelicità.
Demone, anima, religione
DEMONE E ANIMA: Socrate vede il filosofare come una missione affidata dagli dei e parla di un demone il quale lo invita a non fare certe cose nella sua vita. Questo demone può essere una personificazione di voce della coscienza, ma solamente legata alla religione e alla guida divina della condotta umana. Il demone può essere visto anche come l’anima stessa, colei che è imprigionata in un corpo. Il corpo è quindi uno strumento che il demone si avvale. Entrambe queste teorie sottolineano l’immortalità dell’anima.
RELIGIONE: per Socrate Dio era una mente divina ed universale che custodiva il destino dell’umanità garantendo il bene e di cui gli dei sono solo manifestazioni particolari.
Se Socrate sosteneva dei principi, era necessario che lui stesso con i suoi comportamenti fosse la prova della verità che sosteneva. In questo caso più che provare deve dunque rendere testimonianza della sua verità spirituale. L'unico modo per non rinnegare la sua verità, che altrimenti sarebbe andata perduta, era accettare la condanna senza negare il senso della sua intera vita fatta di ricerca. Testimonia quindi piena fedeltà a se stesso e ai propri principi. Inoltre chi rifiuta le leggi del proprio stato o della propria civiltà cessa di essere uomo, per questo decise di non sfuggire al suo destino.
Il continuo dialogare di Socrate nelle strade e piazze della città attorniato da giovani affascinati dalla sua dottrina e da importanti personaggi, lo fa scambiare da molti per un sofista che, a differenza di questi molto più accorti, attacca imprudentemente e direttamente i politici dialogando con loro e dimostrando come la sapienza, da loro tanto vantata, in realtà non esista.
Socrate viene quindi ritenuto un pericoloso nemico politico, che contesta quei valori in cui i capi del governo credono di avere il sicuro possesso e che vogliono imporre ai cittadini. Per questo Socrate venne condannato a morte da due esponenti di regime democratico, Antinio e Licone servendosi di Meleto, un letterato fallito. Venne accusato di:
- Corrompere i giovani insegnando dottrine che miravano al disordine sociale.
- Non credere negli dei della città.
- Tentare di introdurre nuovi dei e quindi contestare che le leggi siano di natura sacra.
Egli stesso però dice apertamente che, poiché crede nel dáimon, crede di conseguenza anche negli dei: il dàimon infatti è una creatura minore, figlia delle divinità tradizionali. L'accusa di "empietà" o "ateismo" era evidentemente un pretesto giuridico per un processo politico, poiché l'ateismo era sì ufficialmente riprovato e condannato ma tollerato e ignorato se affermato privatamente.
