La mafia del Gargano: tra pastori, bestiame e sangue
La faida del Gargano è uno dei fenomeni più lunghi e violenti di criminalità organizzata nell’Italia meridionale. Pur definita per decenni una faida tra allevatori e famiglie contadine, è stata riconosciuta anche dagli organismi giudiziari come un sistema mafioso stabile e strutturato, con omicidi, estorsioni, narcotraffico e altre attività illecite che hanno profondamente segnato il promontorio garganico.
1. Abigeato come scintilla del conflitto
Le origini della faida risalgono alla fine
degli anni ’70, quando un furto di bestiame
(abigeato) tra allevatori della zona di Monte Sant’Angelo
fu vissuto come un torto profondo, innescando una spirale di
violenza tra famiglie rivali.
In una società ancora fortemente legata
all’economia pastorale e alla proprietà di armenti, il bestiame
non era solo ricchezza economica ma anche simbolo di onore e
prestigio sociale: perderlo significava subire un danno
economico e culturale.
Le origini della faida risalgono alla fine degli anni ’70, quando un furto di bestiame (abigeato) tra allevatori della zona di Monte Sant’Angelo fu vissuto come un torto profondo, innescando una spirale di violenza tra famiglie rivali.
In una società ancora fortemente legata all’economia pastorale e alla proprietà di armenti, il bestiame non era solo ricchezza economica ma anche simbolo di onore e prestigio sociale: perderlo significava subire un danno economico e culturale.
2. Faide di Monte Sant’Angelo e Cagnano: sangue e vendetta
Il conflitto tra le famiglie Li Bergolis (detti “Montanari”) da una parte e Alfieri-Primosa dall’altra divenne presto mortale. La prima lite degenerò rapidamente in una vendetta di sangue, dove ogni omicidio richiedeva una risposta in ugual misura: la logica della reciprocità violenta sembrava l’unico “codice morale” valido tra i contendenti.
Nel 1978 un alterco appena nato per questioni di bestiame si trasformò in un conflitto che portò a decine di morti negli anni successivi, con episodi di lupara bianca, agguati, e omicidi tra famiglie e clan.
Anche nella zona di San Nicandro Garganico/Cagnano Varano scoppiò una seconda faida fra famiglie locali, originata da analoghe vicende pastorali (furto e omicidi conseguenti).
3. La vendetta di sangue come paradigma culturale
Dal punto di vista antropologico giuridico, la vendetta nel Gargano non era soltanto ritorsione criminale: veniva presentata dai gruppi coinvolti come un dovere morale per ristabilire l’onore e la giustizia del gruppo familiare. Questo schema di blood-feud (ritorno del sangue versato) non solo giustificava i continui omicidi ma serviva anche a creare consenso interno e radicamento territoriale tra le comunità locali.
Secondo Francesca Scionti, colei che ha approfondito questi fenomeni in un lungo lavoro etnografico, le formazioni di mafia garganica hanno usato i paradigmi tradizionali della vendetta non solo per vendicare torti subìti, ma come vera e propria strategia comunicativa per consolidare il proprio potere, mascherando interessi economici con simbolismi valoriali forti.
4. Da conflitto pastorale a mafia strutturata
All’inizio il conflitto era radicato nell’ambiente rurale: competizione per il bestiame, controllo dei pascoli, difesa del patrimonio familiare. Con il passare degli anni, l’interesse delle famiglie in conflitto si spostò verso altre attività illecite più redditizie: traffico di stupefacenti, estorsioni, contrabbando e controllo del territorio. Questo passaggio segnò la trasformazione da semplice faida di campagna a un’organizzazione criminale di tipo mafioso.
Riflessioni antropologico-filosofiche
Da una prospettiva filosofica e antropologica, la faida garganica può essere interpretata come un caso in cui forme tradizionali di giustizia privata (vendetta) si intrecciano con dinamiche di potere e sistemi economici illegali.
La vendetta, intesa come diritto/dovere di ristabilire l’onore, riflette concetti di giustizia arcaica già studiati da antropologi come Patrizia Resta, che ha esplorato la vendetta nella cultura mediterranea e balcanica come norma sociale radicata.
Tale norma, nel contesto garganico, è stata rifunzionalizzata al servizio di interessi criminali, dando forma a un codice di violenza condiviso e giustificato internamente ai gruppi.
In termini filosofici, ciò apre interrogativi su etica, diritto e ordine sociale: fino a che punto un codice morale interno può legittimare la violenza? E come si riconciliano norme tradizionali con il diritto positivo dello Stato? Queste domande rimangono aperte e utili per una riflessione critica sulla società contemporanea.
La storia della mafia del Gargano è molto più di una semplice faida rurale: è la trasformazione — in un contesto isolato e rurale — di antiche logiche di vendetta in un sistema complesso di criminalità organizzata che ha influenzato profondamente la società locale. Guardarla con una lente antropologica e filosofica ci aiuta a comprendere non solo i fatti criminosi, ma anche le radici culturali e morali di un conflitto tanto lungo quanto devastante.
Donne di mafia
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