Il periodo che andiamo ad analizzare fu centrale per lo sviluppo della storia (occidentale)
in quanto cominciarono a formarsi le prime nazioni europee (come la Francia e la
Germania) e a vedersi, tra esse, delle differenze (ad esempio, le lingue si differenziarono
sempre di più).
I Capetingi in Francia
Attorno al 987 i Carolingi e i conti di Parigi lottano per impossessarsi del ruolo di re dei
Franchi. A vincere sono questi ultimi e a diventare re è Ugo Capeto: inizia così la dinastia
dei Capetingi. Con i Capetingi, che regnano fino al 1328, nasce la Francia.
L’Italia nel IX e X secolo…
L’Italia si caratterizza per la sua frammentazione politica. Il Regno d’Italia (che
comprendeva solo la parte a nord della penisola), dopo la fine della dinastia carolingia, fu
a lungo conteso tra diversi signori e feudatari.
Il centro Italia (nei territori del Patrimonio di San Pietro – Lazio, Romagna, parte
dell’Umbria, ducato di Benevento) era sotto il controllo del papato, ma esso era rimasto
senza la protezione dei Franchi e dunque alla ricerca di nuove alleanze. Negli stessi
territori papali i grandi proprietari aristocratici lottavano tra loro per assumente la carica
di pontefice.
La parte meridionale dell’Italia era invece divisa tra:
domini dei longobardi;
domini bizantini (Puglia, Lucania, Calabria);
la Sicilia, occupata dagli arabi.
… e l’unificazione normanna dell’Italia meridionale
Furono i normanni a unificare l’Italia meridionale. I normanni
(letteralmente, “uomini del nord”) sono popoli che provengono
dalla penisola Scandinava; essi sono divisi in due ceppi:
i VICHINGHI (Danimarca e Norvegia), ai quali sono
legate le vicende dell’Italia meridionale;
i VAREGHI (Svezia e poi Russia, dove fondano
l’importante principato di Kiev).
Nel 911 un gruppo di Vichinghi si stabilì nella parte nord della
Francia (nella regione da allora si chiama Normandia) e si
convertì al cristianesimo, adottando la lingua e i costumi dei
franchi.
Poi essi si insediarono anche nel sud Italia; grazie alle azioni militari e diplomatiche di
Roberto e Umfredo d’Altavilla ed al fondamentale accordo col papa1
essi riuscirono pian
piano a impadronirsi di tutta l’Italia meridionale, costruendovi uno Stato forte e ben
organizzato. Nel 1091 riuscirono perfino a completare la conquistare della Sicilia,
allontanando gli arabi saraceni dall’isola.
I normanni conquistano l’Inghilterra
Il normanno Guglielmo il Conquistatore, duca di Normandia, nel 1066, grazie alla
battaglia di Hastings, si impadronì del trono di Inghilterra sconfiggendo i Sassoni2
.
Guglielmo riuscì a costruire un solido Stato monarchico, riorganizzato su basi feudali.
Anche la fisionomia del territorio cambiò velocemente, con la costruzione di numerosi
castelli.
La dinastia sassone in Germania
La Germania in questo periodo era divisa in cinque
grossi ducati (Sassonia, Franconia, Lorena – o
Lotaringia –, Svevia, Baviera); i signori feudali di
questi ducati avevano il compito di eleggere il re di
Germania. Nel 911 la corona passa dai Carolingi alla
casata di Franconia; nel 919 va alla casata di
Sassonia con Enrico I l’Uccellatore, e quindi, dal
936, al figlio Ottone I, successivamente detto il
Grande.
Il suo obiettivo principale fu quello di
contrastare il potere troppo grosso dei feudatari, che volevano governare nelle
loro terre senza il controllo di nessuno, …
… ripristinando una solida unità imperiale (restaurando il Sacro Romano
Impero di Carlo Magno).
Nel 951 Ottone I aggiunse alla carica di re di Germania quella di re d’Italia, luogo in ci
intendeva riaffermare la supremazia tedesca.
Un grande problema che Ottone dovette affrontare fu quello dell’ereditarietà dei feudi:
abbiamo visto che nell’887, con il Capitolare di Quierzy, i feudi maggiori erano diventati
ereditari (cioè passavano di padre in figlio). Questo rendeva i feudatari molto potenti. Cosa
pensò di fare Ottone I? Pensò di conferire i benefici feudali (cioè dare i feudi) a dei
vescovi. I vescovi, appartenendo alla Chiesa, non potevano avere figli: in questo modo, alla loro morte, il feudo tornava nelle mani di Ottone. Nascono così quelli che si chiamano i
vescovi-conti.
Ciò provoca diversi problemi. Questi vescovi-conti:
Si inserivano nella gerarchia feudale, divenendo dunque vassalli del loro signore, a
cui dovevano perciò obbedienza e fedeltà.
Dovevano però obbedienza (come uomini di Chiesa) anche al papa.
Questa mescolanza di potere temporale e spirituale fu per molto tempo un forte motivo di
contrasto tra potere politico e potere religioso. Oltretutto Ottone intendeva nominare
come vescovi persone di sua fiducia; ma i vescovi erano nominati dal papa.
Nel 962 Ottone fu incoronato imperatore da papa Giovanni XII (Ottone, infatti, si
presentava come difensore della cristianità). Rinasceva così il Sacro romano impero,
detto adesso “germanico” per sottolineare come il centro dell’impero fosse la Germania.
Ma subito si accesero i contrasti col papato. Ottone I, nel 963, emanò un documento, il
Privilegium Othonis (il Privilegio ottoniano), nel quale affermava la superiorità del
potere dell’imperatore rispetto a quello del papa.
Sintetizzando, il Privilegio ottoniano stabiliva che:
il papa dovesse giurare fedeltà all’imperatore;
solo dopo il giuramento, l’imperatore poteva esprimere il suo consenso alla
consacrazione papale;
il papa potesse consacrare imperatori solo persone di stirpe germanica;
l’imperatore godesse della sovranità sui territori della Chiesa (il papa manteneva la
sua sovranità su Roma).
In questo modo il papa diventava solo uno strumento nelle mani dell’imperatore.
Dopo Ottone I, salirono al trono imperiale Ottone II e Ottone III, che manifestano un
grande interesse per l’Italia. Ottone III, in particolare, voleva ricostruire l’antico impero
romano. Il suo progetto di Renovatio imperii (“rinnovamento dell’impero”) prevedeva la
restaurazione di un impero cristiano, con capitale Roma, governato da papa e imperatore.
Per questo trasferì anche la capitale a Roma e fece nominare papa Gerberto di Aurillac,
monaco benedettino suo precettore, col nome di Silvestro II. Ma il progetto non finì affatto
bene, perché sia i romani – l’aristocrazia romana si rivoltò nel 1001 e costrinse
l’imperatore ad andarsene – che i tedeschi non erano affatto d’accordo.
Il trono imperiale passò poi a Enrico II di Baviera, ultimo
esponente della casa di Sassonia, e poi a Corrado II il Salico,
che diede inizio alla dinastia di Franconia. Sotto di lui si
scatenò un conflitto tra feudatari maggiori e minori: anche
questi ultimi volevano che i loro feudi andassero in eredità ai figli
(ricorda il Capitolare di Quierzy). Corrado appoggiò i feudatari
minori emanando la Constitutio de feudis: essa sancì appunto
l’ereditarietà dei feudi minori, ponendo sullo stesso piano vassalli
minori e maggiori e certificando, di fatto, la moltiplicazione dei
poteri locali.
La situazione della Chiesa, tra decadenza e rinnovamento
Abbiamo visto che i feudatari erano spesso molto potenti: il potere dell’Imperatore così
risultava indebolito.
Per questo si cercò di accentuare la sacralità dell’imperatore: l’imperatore, unto dal
papa, diventava praticamente un santo, sacro (tanto che gli si attribuivano poteri
taumaturgici, cioè di guarigione delle malattie).
La Chiesa era in grande crisi.
Con il Privilegio di Ottone, il papa si trovava subordinato all’imperatore.
L’elezione di vescovi-conti legava questi ultimi alla Corona, mettendo in secondo
piano la vocazione spirituale.
La grandi famiglie romane lottavano tra loro per la carica di papa, considerato un
mezzo per ottenere potere temporale e le grandi ricchezze del “patrimonio di San
Pietro”.
La Chiesa in generale era molto corrotta:
le cariche ecclesiastiche (ad es., quella di vescovo)
venivano vendute e comprate (simonia )
molti esponenti della Chiesa convivevano con donne o si
sposavano (nicolaismo )
La corruzione della Chiesa fece nascere diversi movimenti che
miravano a una riforma e a una rinascita spirituale. Un contributo
essenziale venne dai cluniacensi e dai cistercensi, che rinnovarono profondamente il
monachesimo benedettino.
Nel 910 Guglielmo il Pio fondò l’abbazia di CLUNY (in Francia). Questo monastero venne
posto direttamente sotto il controllo del papa, che divenne garante della sua
indipendenza dai poteri laici (quelli dei signori feudali).
I cluniacensi affermavano che
bisognava tornare al più rigoroso rispetto delle regole della Chiesa. Essi:
condannavano la corruzione della Chiesa;
si dedicavano allo studio, alla preghiera e alle opere di carità;
si sottomettevano direttamente al papa;
davano grande importanza alla liturgia (alle cerimonie religiose);
I CISTERCENSI, il cui maggior esponente è Bernardo di Chiaravalle, vennero fondati
invece nel 1098, a Citeaux, da alcuni monaci cluniacensi con a capo Roberto di Molesme.
Essi volevano sobrietà di costumi, il silenzio e la povertà (le loro chiese erano quasi
spoglie);
insistevano sull’importanza del lavoro manuale; si vestivano di bianco (in contrasto col nero dei cluniacensi).
Vi sono inoltre movimenti popolari come la PATARIA, sviluppatasi particolarmente a
Milano (“pataro” è il termine, utilizzato spregiativamente, per indicare il mercato degli
stracci). Essi si battevano contro la simonia e la corruzione dei propri vescovi e del clero;
il movimento fu duramente contrastato e si esaurì dopo il 1080.
Lo scisma della Chiesa ortodossa
Nel 1054 ci fu la separazione (SCISMA) tra la Chiesa di
Roma e quella di Costantinopoli.
Le due Chiese si erano già scontrate molte volte ed erano
molti i motivi di contrasto, teologici (ad esempio ci si scontrava
sulla natura dello Spirito Santo) e politico-religiosi. Il vero
problema era difatti che i bizantini non volevano più
riconoscere il primato del papa.
Insomma, le due Chiese si separarono: la Chiesa di Costantinopoli si proclamò
ORTODOSSA (cioè “della giusta opinione”), mentre quella di Roma si dichiarava
CATTOLICA (cioè “universale”).
La riforma dell’elezione papale
Abbiamo detto che con il Privilegio ottoniano l’elezione papale subiva la forte ingerenza
dell’Imperatore. Niccolò II, grazie anche al monaco cluniacense Ildebrando di Soana, nel
1059 convocò, nel palazzo del Laterano a Roma, un concilio (termine che significa
“assemblea”) in cui venne riformata l’elezione papale: essa fu affidata a un collegio
cardinalizio costituito dai vescovi delle più antiche chiese di Roma (chiese “cardini”,
appunto) e dai vescovi delle diocesi vicine alla città. L’aristocrazia romana e l’imperatore,
così, non avevano più voce in capitolo sulla nomina papale.
Lo scisma e il rinnovamento dell’elezione papale sono importanti anche per la situazione
italiana di cui abbiamo parlato in precedenza: è per questi motivi – contrasto con bizantini
e imperatore – che il papa decide di allearsi con i normanni, favorendone l’espansione
italiana.
La questione delle investiture
Il “Dictatus papae” di Gregorio VII
Nel 1073 Ildebrando di Soana divenne papa col nome di Gregorio VII; con
lui ha inizio quel contrasto tra papa e impero che prende il nome di “lotta per
le investiture”.
L’intenzione di Gregorio VII era quella di affermare il primato papale su
qualsiasi altra autorità, laica o religiosa che fosse.
Perciò nel 1075 emanò il Dictatus papae in cui formulava i propri ideali TEOCRATICI
(teocrazia la massima autorità è quella dei rappresentanti di Dio; da theos=dio e
kratèin=dominare). In esso affermava che:
il papa era superiore a tutti gli altri (compreso l’imperatore);
il papa (potere SPIRITUALE) aveva il diritto di deporre l’imperatore (potere
TEMPORALE);
l’imperatore – come tutti i laici – non poteva investire (nominare) vescovi, né
deporli;
ogni decisione del papa era insindacabile e la Chiesa di Roma infallibile;
la Chiesa romana doveva avere il primato sulle Chiese di Gerusalemme, Antiochia
e Alessandria d’Egitto.
La deposizione di Gregorio
Nel 1065 diventò imperatore Enrico IV.
Come abbiamo visto, il Dictatus papae toccava il potere dell’imperatore (in questo caso di
Enrico IV), basato sul controllo dell’apparato ecclesiastico (insomma, l’imperatore
nominava dei vescovi e questi erano a lui fedeli e controllavano il territorio per lui: se li
avesse nominati il papa sarebbe cambiato tutto).
Per questo Enrico IV riunì a Worms, in una Dieta, i vescovi tedeschi e fece dichiarare
deposto Gregorio VII.
La scomunica di Enrico
Come rispose il papa? Scomunicò Enrico IV e disse che quindi i sudditi, dato che Enrico
non faceva più parte della comunità cristiana, non dovevano più neppure obbedirgli.
Canossa
Vedendo che molti grandi feudatari tedeschi e italiani
si sarebbero ribellati a lui, Enrico IV decise di
andare a chiedere il perdono al papa, umiliandosi
a Canossa (1077), nel castello della contessa
Matilde di Toscana, fedele alleata della Chiesa. Si
racconta che Enrico dovette stare tre giorni scalzo
nella neve, vestito solo di un sacco e con la cenere
sul capo in segno di umiltà, prima di essere
finalmente perdonato dal papa, che tolse così la
scomunica.
Una nuova scomunica
Ma una volta tornato in Germania Enrico IV sedò le rivolte dei vassalli infedeli e continuò a
nominare i vescovi; inoltre fece eleggere a Ravenna un antipapa, Clemente III. Per questo,
nel 1080, viene ancora scomunicato da Gregorio VII. Ma Enrico, che era riuscito a
rendere più stabile e forte il suo potere, reagì andando a Roma con un esercito, assediando il papa a Castel Sant’Angelo. Gregorio VII venne aiutato a difendersi dal
normanno Roberto il Guiscardo, che costrinse Enrico alla ritirata; le milizie di quest’ultimo
comunque saccheggiarono la città, fatto di cui i romani ritennero responsabile il papa,
costretto ad andarsene a Salerno, dove morì l’anno dopo, il 1085.
Il Concordato di Worms
La lotta per le investiture non finì qui, e si trascinò fino al 1122, anno in cui l’imperatore
Enrico V e il papa Callisto II arrivarono a un compromesso, un accordo, il Concordato di
Worms. In questo concordato i due poteri venivano chiaramente separati:
l’imperatore rinunciava all’investitura religiosa dei vescovi (non poteva dunque
più eleggerli); l’investitura spirituale era dunque prerogativa papale;
l’imperatore rimaneva però libero di concedere o revocare benefici feudali a
vescovi e abati; questi uomini di Chiesa dovevano giurare fedeltà all’imperatore e
erano investiti da esso del potere politico. Tuttavia, in Germania – ma non in
Italia – l’investitura feudale doveva precedere la consacrazione religiosa.
Dopo questo Concordato la Chiesa si avviò a diventare una “monarchia teocratica”,
organizzata in modo fortemente gerarchico. Il papa, per sottolineare il valore universale
del proprio ruolo, assunse il titolo di vicario di Cristo, lasciando quello di vicario di Pietro;
venne inoltre potenziato l’apparato burocratico di quella che venne chiamata la “curia”
(corte) romana.
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